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Com'è nata l'A.S. Priverno

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Com'è nata l'A.S. Priverno

La passione per il calcio, nell’immediato dopo guerra si è sempre incontrata con l’amore per il proprio paese e si intrecciava con l’impegno civile per fare uscire Priverno dalle rovine della guerra, con una partecipazione sociale diffusa in ogni categoria. Forte di una tradizione lontana, la squadra rinasceva dalle ceneri di una guerra che aveva visto partire tanti giovani che ritornavano avendo fatto anche esperienze in terra straniera come fu per Cencio Bernardini.Quel tempo merita di essere ricordato perché non risparmiava nessuno, nemmeno i sacerdoti per non dire delle donne. Non risparmiava nessuno perché era il frutto di tanta passione, di tanta voglia di riprendere a vivere dopo l’incubo e i lutti della guerra. Questa voglia e questa passione avevano creato un gruppo di dirigenti e di giocatori, tutti locali che crescievano intorno alla passione di Titta Paglia che fu il primo presidente indimenticabile per noi, allora adolescenti, che imparavamo a conoscere la carriola per spianare il colle di S.Lorenzo che diventava campo sportivo,  orientato  con alle spalle il vecchio convento, la vecchia chiesa  successivamente abbattuta  per una incomprensibile insensibilità verso i valori artistici di Priverno.La mia generazione ricorda come miti i vari “Caracchia”, i “Mordichella”, Ernesto Carfagna, Lino Preta, Ciriaco Serafini, Remo Saputo, Angelo Di Giorgio,. . . . ., giocatori che ci venivano contesi da Società sportive più importanti di Priverno. Ricorda ancora di più le coetanee generazioni di calciatori e di dirigenti che raccoglievano il testimone di quelle precedenti, gli Aldo Gatti, i Filippo De Nardis, i Raniero Oliva, calciatore e dirigente, i Palleschi Luciano, gli Antonio Capodilupo , gli Antonio Cimmino, i Fulvio Di Pietro e tanti altri magari più in ombra ma ugualmente meritevoli di essere ricordati.Io voglio cogliere questa occasione per ricordarne uno che, per sua natura, per il suo carattere, forse per un intima timidezza è rimasto nell’ombra: il dott. Carlo Compagnoni.Io ho continuato, per il mio noto, incorreggibile attaccamento ai colori bianco celesti che sono i colori della Lazio e di Priverno, fino all’anno scorso, a sentirmi legato al settore giovanile della Società, grazie allo stimolo dei fratelli Egidio e Bruno Palluzzi e del presidente  Bruno Petrole , e continuo a sostenere che senza una sensibilità verso un vivaio giovanile il calcio in un paese come Priverno, perde gran parte del suo valore e del suo fascino. Passione, appunto che mi deriva dai lontani anni cinquanta quando il calcio, a Priverno  avrebbe subito un duro colpo se non ci fosse stato, allora, una covata di ragazzi talentuosi e curati da  una Società che dovette riprendere da zero le gloriose tradizioni calcistiche di Priverno.Senza voler oscurare nessuno di quelli che ho citato e che, per dirla con un linguaggio popolare, per il calcio “ci hanno rimesso tempo i quatrini” voglio qui ricordare la figura, praticamente ignorata del dott. Carlo Compagnoni, che invece meriterebbe, se ci fosse, di essere scritto nell’albo dei prestigiosi Presidenti che si sono susseguiti nella storia del calcio privernate.Nessuno sa che, appena universitario, con una grande passione per il calcio, anche se con scarso talento, fu il primo segretario della rinata S.P.E.S. di cui Titta Paglia fu il primo presidente. Che fu Carlo Compagnoni l’estensore del primo statuto della Società. Di quei tempi si ricordano le imprese della squadra, le trasferte tumultuose per i borghi, la secolare rivalità con la vicina Sezze, i talenti calcistici che erano nati per i vicoli, “pe’ glio Montone”, che, messi insieme a formare squadra, accalcati su camionette sgangherate, si facevano onore nei tanti campi della province di Latina, di Frosinone, di Roma, facendosi rispettare, tutti giocatori locali, in città come Colleferro, come Sora, come Isola Liri, come Frascati, come Marino, come Formia, come Gaeta, come Terracina, come l’Ostiense, come la Romulea, come l’Almas, come l’Artiglio….Non è possibile fare la storia del calcio di Priverno con un breve articolo. Altri lo faranno. Io voglio limitarmi a ricordare un solo periodo, anzi una sola parte di quel periodo, perché più direttamente coinvolto in prima persona e che ritengo significativo, istruttivo e attuale, anche se si perde nella fine degli anni quaranta e agli inizi degli anni cinquanta.Alla fine degli anni quaranta la  S.P.E.S, in seguito ad una rissa collettiva che aveva coinvolto tifosi, giocatori e dirigenti, fu radiata a vita dalla Federazione. Il calcio a Priverno era cancellato con la vecchia società e poteva rinascere soltanto con un altro nome, con altri dirigenti, con altri giocatori. La gloriosa S.P.E.S. era morta e il rischio che con essa dovesse morire anche il calcio a Priverno era un pericolo concreto. Non fu così per almeno due fattori che voglio ricordare anche a chi oggi, ai tempi del calcio milionario, che spesso diventa mercenario,  scimmiottato anche a livello locale, non ne ha memoria.Priverno, a quel tempo, partecipava ai campionati di prima divisione, che oggi potrebbe essere l’eccellenza se non la serie D, ed erano tutti  giocatori locali. Non esisteva un settore giovanile strutturato come adesso, in scuola calcio, pulcini, esordienti, giovanissimi, allievi e iuniores, secondo le fasce di età. Quei dirigenti di allora avevano capito un concetto semplice: in una realtà come Priverno, ma non solo, il calcio avrebbe potuto raggiungere traguardi degni della sua tradizione, attingendo da un settore giovanile, curato con competenza e con passione. Esistevano, allora come oggi, tanti ragazzi che avevano voglia e talento, che rincorrevano un pallone ovunque fosse possibile. La Società doveva raccoglierli, affiancargli un istruttore che ne curasse la tecnica e lo spirito di squadra e li facesse crescere senza mortificarne la passione. Per questo, i dirigenti di allora, che mantenevano vivo un antico rapporto con la Società Lazio ottennero che l’allora allenatore della squadra ragazzi della Lazio, venisse ad allenare, due volte alla settimana, la squadra di Priverno. La talentuosità, l’improvvisazione, la stessa passione, non bastavano più per un calcio che si andava ammodernando anche nei nostri centri. Questo allenatore lo ricordiamo con il nome di Picchio che, probabilmente, era dovuto alla sua piccola statura, più che all’anagrafe. Fu lui, che allenava la squadra ragazzi della Lazio, a suggerire ai dirigenti l’opportunità di formare anche a Priverno una squadra ragazzi. Iniziava la prima leva ragazzi di Priverno che venivano a frotte per essere allenati da Picchio. Intorno a Picchio crescevano non soltanto giocatori che poi hanno calcato anche campi prestigiosi a livello nazionale, ma si formavano anche dirigenti ed istruttori che imparavano da lui a gestire una squadra a strutturare una società. Picchio allenava i ragazzi il giovedì, sotto lo sguardo attento di giovani accompagnatori come me e come Arnaldo Celli che non perdevamo una sola parola, un solo esercizio, una sola combinazione che poi, la domenica, quando Picchio era impegnato con la sua Lazio, avremmo dovuto  far applicare. La squadra partecipò a diversi tornei provinciali ed ebbe il suo momento più alto in un torneo che quei ragazzi, oggi con i capelli bianchi, ancora ricordano: un torneo che prendeva il nome dal grande Torino, che fu vinto a mani basse, con punteggi tennistici, dai ragazzi di Priverno. Tra tutti spiccavano due sedicenni: Federico Forte  e Paris, di cui non ricordo il cognome, di origine padovana.. Erano le due mezze ali, che, a quei tempi di Loik e Mazzola, le mitiche mezze ali del grande Torino e della nazionale italiana, erano il punto di forza di una squadra. Entrambi questi due ragazzi ebbero poi un luminoso percorso calcistico. Anche se vanno ricordati tanti altri che poi formarono la prima squadra: Federico Guadagnoli, Fabrizio Cesidio , i due portierini, Baccari,  Paglia, Brusca, Caddeo, Salati, Monti, Carfagna, Libertini, Ronci, Simoneschi, Bianconi, D’Annibale, Tintari, Tornese, Langella ed altri di cui mi sfugge il nome. La presenza di questo embrionale settore giovanile fu la salvezza del Calcio a Priverno nel momento più buio della sua storia.Carlo Compagnoni, che intanto era diventato medico, raccolse il testimone, caduto per terra e, insieme ad un gruppo di giovani universitari, tra cui il sottoscritto che si improvvisò direttore sportivo, ed altri pochi appassionati, fondarono una nuova società che dovette cambiare nome: non più S.P.E.S. ma A.S. Priverno.Il parco giocatori della vecchia S,P,E,S era stato radiato a vita: si erano salvati solo due giocatori: l’acrobatico terzino sinistro Vittorio Battisti, detto “Ttoro”, e Benito Forte, uno dei fratelli maggiori di Federico. Intorno a loro e ai ragazzi si formò la nuova squadra che fu iscritta al campionato di seconda divisione iniziando una nuova stagione calcistica. Quel gruppo andò avanti per tutti gli anni cinquanta fino a raggiungere la Promozione, con altri dirigenti, con altri giocatori. I ragazzi, calciatori in erba, e un gruppo di giovani dirigenti, con le tasche vuote ma con tanta passione , avevano ripreso il cammino interrotto della grande tradizione calcistica di Priverno.aspriverno2